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Dopo più di 120 anni i suoi dipinti continuano a lasciare un’indelebile occasione su cui riflettere per dare un senso a quello che la sua vita ha trasmesso da un sofferente sacrificio. Non mi riferisco al valore economico che i suoi quadri hanno raggiunto nonostante la miseria monetaria che ha conosciuto il pittore in tutta la sua breve vita. Alludo al modo in cui ha scelto di trasformarla definitivamente quella vita, colpendo a morte il suo cuore, probabilmente davanti alla sua ultima tela “Campo di grano con volo di corvi”. Ci lasciò quando aveva la mia età, stanco di non riuscire a trovare un riscontro del suo unico valore, nonostante tutti i suoi getti di colore, innumerevoli pennellate e atti estremisti, tra milioni e milioni di persone che attorno a se giacevano. Era vittima di una sofferenza che si limitava a venir catalogata con un nome di malattia. Quella sofferenza cercava di spingerlo a trovare un’identità nel mondo dei vivi gettando, come semi, i suoi grandi talenti in attesa che qualche terra gli aiutasse a germogliare risplendenti, un’attesa tragica nel suo risvolto. Poco si sa dell’angoscia di sua madre che lo partorì un anno dopo la morte in culla di suo fratello, chiamato con lo stesso nome. Il fratello vivente Theo poi nominò “Vincent” il figlio, nato poco prima che lo zio gli “fece spazio” nel mondo dei vivi, andandosene. Quello che desidero profondamente è che dopo così tanti anni tra di noi ci possa essere una sorta di evoluzione, cioè ci si riesca a rendere conto che la malattia è un campanello d’allarme con un messaggio che l’anima trasmette: limitarsi a catalogarla ed isolarla non porta Amore all’anima malata. Jung diceva: “ciò che non raffiora alla coscienza torna sotto forma di destino” proprio perché in realtà nulla è casuale. Catalogare la malattia e cercare di azzittirla, significa non preoccuparci di ciò che l’ha scatenata, lasciando che le cose all’origine degenerino. E chi vive ancora ha bisogno di capire di più per trovare  pace.     Lisa Sperandio

L’IMPORTANZA DELLE LACRIME


Il pianto umano è come la pioggia: a volte dolce, a volte violenta, ma sempre necessaria alla vita della terra. Come Continua a leggere

CAPIRE COSA SIAMO


NOI SIAMO COME UN CALESSE

Noi siamo come un carretto, un calesse che rappresenta il nostro corpo fisico e che circola su un sentiero che simboleggia la vita o piuttosto il Cammino di Vita.

Vediamo fino dove possiamo spingere quest’immagine.

Il sentiero su cui avanza il calesse è una strada sterrata. Come tutte le strade sterrate, presenta buche, ghibbosità, sassi, solchi e fossi da ogni lato.

Le buche, le gibbosità ed i sassi sono le difficoltà, gli urti della vita.

I solchi sono gli schermi già esistenti che prendiamo da altri e che riproduciamo.

Le fosse più o meno profonde, rappresentano le regole, i limiti da non superare se non si vuole incorrere in un incidente.

Questo cammino comporta talvolta delle curve che impediscono la visibilità oppure attraversa zone di foschia o di temporale. Sono tutte fasi della nostra vita in cui ci troviamo nella “nebbia”, nelle quali abbiamo difficoltà a vedere chiare o a poter anticipare alcun ché poiché non possiamo “vedere davanti a noi”.

Questo calesse è trainato da due cavalli, uno bianco (Yang – nome che definisce l’energia estroversa/maschile) che si trova sulla sinistra ed uno nero (Yin, nome dato all’energia introversa/femminile) a destra. Questi cavalli simboleggiano le emozioni, da cui si evince fino a quale punto siano essi a tirarci, ovvero a condurci nella vita. Esse riguardano un altro corpo che ci costituisce, quello eterico (matrice di quello fisico).

Il calesse è guidato da un cocchiere che rappresenta la nostra mente, il nostro Conscio, un altro nostro corpo detto anche “mentale” di energia sottile più veloce della luce! Questo è nostro cervello più giovane, detto “razionale” ed è in stato ipnotico fin dalla nostra infanzia ai 3 anni. E’ pieno di nastri registrati.. Non ha filtri per mettere in discussione le proprie percezioni, fin tanto che da adulto si renderà disponibile ad integrare informazioni, discutere quelle del passato e permettersi di porre domande cercando risposte in più contesti, diventando una mente olistica, in grado di usare il proprio libero arbitrio nel verso senso del termine.

Il corpo fisico è il calesse, dotato di quattro ruote, due anteriori (le braccia), che danno la direzione o piuttosto implicano la direzione data dal cocchiere ai cavalli, e due posteriori (le gambe) che portano e trasportano il carico (del resto, sono sempre un po’ più grosse delle ruote anteriori).

All’interno del calesse c’è un passeggero che non si vede.

Si tratta del nostro “Maestro”, dell’essenza Universale di cui ogni sua componente, noi inclusa, è costituita.. Si tratta di ciò che viene definita anche Guida Interiore mentre ad esempio i cristiani lo chiamano “Angelo Custode”, seppur in questo caso, creano ennesimo disordine dando forza a “concetti immaginari e mero prodotto mentale proveniente dall’ego ossia dalla razionalità che si aggrappa alla sensazione erronea “di essere al centro di tutto”… dal “pensato”. Di fatto non si tratta di qualche cosa di dissociato ma appunto in esclusiva di Essenza. 

… il Cocchiere, che è la nostra mente razionale conduce pertanto il calesse. Ogni nostro pensiero è un alimento per esso così come ciò che respiriamo, vediamo, ascoltiamo..

Dalla qualità della sua vigilanza e della sua condotta (ferma ma dolce) dipenderà la qualità e la comodità “del viaggio”, ovvero dell’esistenza.

Se egli maltratta i cavalli (emozioni) e li sottopone ad angherie, questi ad un certo punto si innervosiranno o si imbizzarriranno e rischieranno di provocare un incidente, proprio come le nostre emozioni talora ci conducono ad atti irragionevoli, se non addirittura pericolosi.

Se il conducente è troppo rilassato, se manca di vigilanza, il tiro passerà nei solchi (imitazione degli schemi parentali, per esempio) e si è inclini a seguire quindi le tracce di altri, correndo il rischio, per esempio, di andare a finire nel fossato come loro, se l’hanno fatto.

Allo stesso modo, se il cocchiere non è vigile, non saprà nemmeno evitare le buche, le gibbosità (colpi, errori della vita) ed “il viaggio” sarà molto disagevole sia per il calesse che per  il cocchiere stesso.

Se il cocchiere si addormenta o non tiene le redini, saranno i cavalli (emozioni) a condurre il calesse.

Se il cavallo nero è il più forte (perché lo abbiamo meglio nutrito) il calesse tenderà a dirigersi verso la destra e ad essere guidato dalle immagini emotive materne. Se è il cavallo bianco quello di cui ci occupiamo maggiormente e che ci domina, il calesse si dirigerà verso sinistra, verso le rappresentazioni emotive paterne. Quando il cocchiere sprona i cavalli a correre velocemente, di forza proprio come facciamo noi in alcune circostanze; se i cavalli si imbizzarriscono, sarà il fossato ad arrestare, più o meno violentemente, tutto il tiro con più o meno danni (incidenti o traumi). Talvolta una ruota o un pezzo del Calesse si allenta (malattia), sia perché era poco resistente, sia perché il Calesse è passato sopra troppe buche (accumulo di comportamenti, di atteggiamenti inadeguati).

“MALATTIA” dal francese “maladie”= me lo dice LA ASCOLTIAMO? o la vogliamo mettere solo a tacere?

Pertanto si arriva al correre ai ripari e, a seconda della gravità del danno, potremo farlo noi stessi (riposo, cicatrizzazione), diventa utile considerare intervento meccanico (medicina dolce, naturale) o, se è più grave,  far riferimento a qualcuno che contribuisca a porre altro rimedio (medicina moderna).

Tuttavia sarà senza alcun dubbio importante per noi non accontentarci di sostituire il pezzo. Al contrario, è fondamentale riflettere sulla condotta del cocchiere e sul modo in cui possiamo mutare i nostri comportamenti, i nostri atteggiamenti nella vita, se non vogliamo che “il guasto” si ripresenti, nel concreto è basilare imparare a “purificare la mente”, “scegliere pensieri da avvalere”, comprendere le nostre caratteristiche mentali, i nostri limiti e le nostre potenzialità, praticando l’osservazione “equanime” e l’ascolto autentico (rif. pratica Anapana-Vipassana).

Integrato da fonte info consigliata: Michael Odoul “dimmi dove ti fa male e ti dirò perchè”

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