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Il cervello dei mammiferi è formato da tre cervelli: cervello rettiliano (il più antico), sistema limbico (successivo) e neocorteccia (formatosi più di recente). La differenza tra noi e gli altri animali sta nel fatto che la neocorteccia è grandemente sviluppata.
Ogni cervello possiede specifiche competenze e per questa ragione i cervelli più antichi non sono caduti in disuso.

Come antico meccanismo di protezione da un evento drammatico, il cervello rettile induce all’effetto “congelamento” che determina una morte apparente in cui il corpo fisico si accascia e scollega dal cervello limbico, dunque dalle emozioni. Nel caso in cui la lepre così reagendo si riesca a salvare da un’aggressione dalla volpe, essa si scuote poi fortemente, ricollegandosi armoniosamente. Torna a correre spensierata. Nell’essere umano ciò difficilmente avviene poiché la neocorteccia che lo caratterizza interviene con la sua razionalità impedendo la scarica utile a liberarsi dal trauma subito. Questa parte del cervello ci permette di parlare, di scrivere, pensare, visualizzare, confrontare, scegliere, ecc. Ed anche di auto ingannarci. Ad ogni modo il corpo fisico resta bloccato nel tempo finché l’emozione vissuta non viene riconosciuta ed elaborata. Il blocco è ereditabile, così come vengono trasmessi i caratteri fisici. Segreti “di famiglia” quando mantenuti tali non possono aiutare la nuova generazione. Come spiegava Jung: “ciò che non torna alla coscienza si manifesta sotto forma di destino”: si crea quindi un conflitto tra cervello rettile e neocorteccia (sistema nervoso e mente).  Il sistema nervoso autonomo, se non ascoltato, resta alla ricerca di un’occasione per poter scaricare l’energia trattenuta durante il trauma, rivivendo simili situazioni all’originale: ad es. se ho avuto un padre violento mi troverò in situazioni in cui subire violenza. Spesso però dall’esterno è difficile trovare persone in grado di agire in modo distaccato e salubre a ruoli di vittimismo, persecuzione, salvatori proprio perché siamo in molti ad avere traumi ereditati e non elaborati. Questi ruoli definiti “drammatici” è importante scegliere di non interpretarli rendendoci indipendenti da qualsiasi pensiero che li stimoli. Diventando adulti veramente.  Pensare significa dare forza a quella posizione. E’ interessante scegliere bene cosa pensare e se consolidare affermazioni come “siamo in una valle di lacrime”, “soffriamo per guadagnarci il paradiso”, “il dolore è inevitabile”, “l’uomo non potrà mai capire la donna”, ecc.   Il trauma non elaborato rende anche difficile la capacità di sentire il proprio corpo fisico,  andando avanti, inconsapevoli, come una macchina o praticando sport estremi per riuscirci. E’ perciò sempre importante non restare infischiati in interpretazioni che ci allontanano dall’armonia individuale. 

A cura di Lisa Sperandio.
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Diceva Jung: “Ciò che non affiora alla coscienza torna sotto forma di destino”

e se comprendiamo con facilità che nei geni vengono tramandate caratteristiche fisiche dalle generazioni precedenti, perché non riconoscere quanto sia logico che vengano tramandate anche le emozioni ed i traumi? Senza cercare colpevoli e vittime, è importante comprendere che nulla si crea e nulla si distrugge: tutto si trasforma. E nel momento in cui riusciamo a spostare il nostro punto di vista verso un’angolazione sempre più ampia, possiamo togliere le carichenegative, elaborandole con Amore, trovando un forte senso nella nostra esistenza.

15380855_1815062005448471_5438590922156948788_nCamminare verso un nuovo punto di vista in grado di opera alle origini delle problematiche è un passo d’Amore, per noi stessi, per i nostri antenati e per i nostri postumi.

Fintanto che i nostri antenati e i nostri genitori soffrono ancora dentro di noi, siamo privati della vera felicità. Quando facciamo coscientemente un passo – in modo libero, gioioso, toccando la terra lo facciamo anche per le generazioni passate e per quelle future. Esse arrivano con noi nel momento in cui lo facciamo, e tutti troviamo la pace nello stesso momento.”

Thich Nhat Hahn 

A cura di Lisa Sperandio.
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Dopo più di 120 anni i suoi dipinti continuano a lasciare un’indelebile occasione su cui riflettere per dare un senso a quello che la sua vita ha trasmesso da un sofferente sacrificio. Non mi riferisco al valore economico che i suoi quadri hanno raggiunto nonostante la miseria monetaria che ha conosciuto il pittore in tutta la sua breve vita. Alludo al modo in cui ha scelto di trasformarla definitivamente quella vita, colpendo a morte il suo cuore, probabilmente davanti alla sua ultima tela “Campo di grano con volo di corvi”. Ci lasciò quando aveva la mia età, stanco di non riuscire a trovare un riscontro del suo unico valore, nonostante tutti i suoi getti di colore, innumerevoli pennellate e atti estremisti, tra milioni e milioni di persone che attorno a se giacevano. Era vittima di una sofferenza che si limitava a venir catalogata con un nome di malattia. Quella sofferenza cercava di spingerlo a trovare un’identità nel mondo dei vivi gettando, come semi, i suoi grandi talenti in attesa che qualche terra gli aiutasse a germogliare risplendenti, un’attesa tragica nel suo risvolto. Poco si sa dell’angoscia di sua madre che lo partorì un anno dopo la morte in culla di suo fratello, chiamato con lo stesso nome. Il fratello vivente Theo poi nominò “Vincent” il figlio, nato poco prima che lo zio gli “fece spazio” nel mondo dei vivi, andandosene. Quello che desidero profondamente è che dopo così tanti anni tra di noi ci possa essere una sorta di evoluzione, cioè ci si riesca a rendere conto che la malattia è un campanello d’allarme con un messaggio che l’anima trasmette: limitarsi a catalogarla ed isolarla non porta Amore all’anima malata. Jung diceva: “ciò che non raffiora alla coscienza torna sotto forma di destino” proprio perché in realtà nulla è casuale. Catalogare la malattia e cercare di azzittirla, significa non preoccuparci di ciò che l’ha scatenata, lasciando che le cose all’origine degenerino. E chi vive ancora ha bisogno di capire di più per trovare  pace.     Lisa Sperandio