IN QUESTA PAGINA TROVATE: un racconto per ogni mese.. scendete col cursore per conoscerle tutte.

DI CHE COLORE SONO LE MELE?

 

Un giorno una maestra chiese in una calasse della prima elementare di che colore fossero le mele. La maggior parte dei bambini rispose “rosso!”

e qualcuno rispose:: “verdi!”

Un bambino alzò la mano per dire che secondo lui erano BIANCHE!

La maestra spiegò pazientemente che le mele potevano essere rosse, verdi, marroni o anche gialle, ma… non bianche!

Ma il bambino insisteva!

Altri ridevano, altri pensavano che fosse un po’ stupido..

Alla fine il bambino respirò, si grattò la testa… e cercò di spiegarsi: “Maestra, deve guardare dentro!”

E’ importante uscire dai nostri schemi abituali e coltivare un nostro potenziale che si chiama “consapevolezza”.. per permetterci di conoscere la bellezza vera della vita: mettendo insieme le sue verità come si fa con i “puzzle”.. unendo piuttosto che creando barriere…

La percezione, senza la piena coscienza, ci mantiene in superficie delle cose;

storia raccontata da Joseph Goldstein

 

 

  

       Cos’è la Verità?

C’erano una volta sei cechi che, un giorno, sentirono dire che il principe del regno possedeva un nuovo elefante. I sei ciechi avevano sentito parlare degli elefanti ma non ne avevano mai incontrato uno. Allora decisero di recarsi al palazzo del principe per scoprire cosa fosse un elefante.

Giunti al palazzo, la guardia li fece entrare.

Il primo uomo toccò il fianco dell’elefante, il secondo nè toccò la proboscide, il terzo ne tastò le zanne, il quarto una zampa, il quinto un orecchio ed il sesto la coda.

Poi andarono tutti a sedersi ai piedi di un albero e ciascuno parlarlò della propria esperienza.

– Ora so che l’elefante è come un muro! …Disse quello che aveva toccato il fianco dell’animale.

– Oh no! E’ come un serpente! …Replicò il secondo che avava toccato la proboscide.

– Dovete essere entrambi stupidi!! L’elefante è come una lancia! …Obiettò il terzo che aveva toccato le zanne.

– Siete impazziti? L’elefante è come un albero! …esclamò il quarto che aveva toccato una zampa.

– Vi state sbagliando tutti! L’elefante è come un ventaglio! …Disse il quinto che aveva toccato un orecchio.

– No, no! E’ come una corda! …Concluse il sesto che aveva toccato la coda.

Scoppiò un gran litigio. Stavano quasi per venire alle mani, quando arrivò il principe per cavalcare l’elefante. Egli domandò: “Perchè siete tanto agitati? ”

– Non riusciamo a trovare un accordo sull’aspetto dell’elefante.

Risponde uno dei ciechi.

– Tutti abbiamo toccato il medesimo animale, ma per ciascuno di noi l’elefante è completamente diverso!

Il principe rise. “L’elefante è un grande animale, il suo fianco è come un muro, la proboscide è come un serpente, ha le zanne come lance, zampe come tronchi d’albero, orecchie come ventagli, e una coda come una corda. Dovete riunire tutti questi aspetti. Allora avrete un elefante intero.”

La storia rivela che tutta la conoscenza è parziale. Se ci rendiamo conto di questo saremo liberi da idee e da fissazioni…Eleviamoci per avere una visione compleata, olistica.

rif. Tu sei quindi Io sono, Satish Kumar

Dunque.. noi tutti come i ciechi.. Prima di affannarci sulla questione di “giusto e non giusto”, sarebbe utile comprendere che cosa intendiamo per Dio.

creazione (Creek)

Indiani d'AmericaMolto tempo fa il Creatore guardò il mondo perfetto che aveva fatto, gli oceani, le montagne, le pianure, i deserti, i laghi e i fiumi, e si compiacque. Guardo le piante e gli alberi e si rallegrò per quello che vide. Tuttavia, sentì che mancava qualcosa. Niente si muoveva, niente era lì per godere la bellezza di ciò che aveva creato, quindi diede vita ad animali, uccelli, rettili e pesci. Ne plasmò di ogni dimensione, forma e colore. Quando li guardò vagabondare per la Madre Terra, ammirando la bellezza della sua creazione fu molto soddisfatto.

La vita sulla Madre Terra continuava in perfetto equilibrio e armonia. Molte lune passarono, e…CLICCARE QUI PER LEGGERE AVANTI

       IL MERCANTE E SUO FIGLIO

Un mercante, vedovo, era partito per un viaggio d’affari lasciando a casa il figlio piccolo. Durante la sua assenza arrivò un gruppo di banditi che saccheggiò e poi incendiò l’intero villaggio. Il mercante, al ritorno, non trovò più la sua casa, ridotta a un cumulo di ceneri, e lì vicino trovò il cadavere carbonizzato di un bambino. Si gettò a terra e pianse a lungo, battendosi il petto e strappandosi i capelli.

Il giorno dopo, il mercante fece cremare il piccolo corpo, quel figlio così caro era l’unica ragione della sua esistenza, dunque cucì un bel sacchettino di velluto e vi mise dentro le ceneri. Dovunque andasse, portava con sè quel sacchetto. L’aveva sempre addosso, quando mangiava, quando dormiva, quando lavorava.

In realtà suo figlio era stato rapito dai banditi. Tre mesi dopo è riuscito a scappare e a tornare a casa; arrivò che erano le due di notte, bussò alla porta della nuova casa che il padre si era costruito. Il povero padre, che giaceva a letto in lacrime, stringendosi al petto il sacchetto con le ceneri, chiese: “Chi è?” “Sono io, sono tuo figlio!” Il padre rispose: “E’ impossibile, mio figlio è morto; ho cremato il suo corpo e porto con me le ceneri. Devi essere un bambino cattivo che stà cercando di imbrogliarmi. Vattene! Smettila di disturbarmi!” Si rifiutò di aprire la porta. Il bambino non trovò alcun modo di entrare in casa: dovette andarsene, e così quel padre perse per sempre  il figlio.

Se ad un certo punto della vostra vita prendete per verità assoluta un idea o una percezione, state chiudendo la porta della mente ed alla fine della ricerca della Verità. Non solo smette di cercare la Verità ma se anche venisse la Verità in persona a bussare alla vostra porta, vi rifiutereste di aprirle.

Storia  e parole del Buddha

 

SPEZZARE UNA CATENA, VIVERE NEL PRESENTE

A Lhasa, i monaci erano soliti riunirsi sui gradini del monastero principale per discutere problemi teologici. Una volta avrebbero risposto a turno ad un indovinello di carattere religioso. Le domande però erano state formulate molto tempo prima, e le risposteerano sempre le stesse, tramandate a memoria dai tempi antichi.

Con sua afflizione il Dalai Lama doveva porsi di fronte ai monaci una volta all’anno e sottostare al rituale della domanda. I suoi tutori scieglievano il monaco che avrebbe posto la domanda che essi avevano scelto, e alla quale era stata accuratamente preparata la risposta.

Sebbene la domanda e la risposta fossero espresse in termini di scarada, i monaci riuniti si sarebbero mostrati senza fiato per lo stupore.

A 13 anni, mentre il rituale della domanda si stava avvicinando, il Dalai Lama decise che ne aveva abbastanza. Detestava quella mascherata di finta spontaneità e quel restare senza fiato dallo stupore che avrebbe prevedibilmente accompagnato la sua risposta prefabricata, una replica meccanica che nessuno capiva realmente. La domanda di quell’anno era: “Come fanno i fiumi a rispondere ad un ucello quando piove?” e la risposta era: “Trasformando la pioggia in neve”. Il Dalai Lama desiderava ardentemente una risposta originale, una che ponesse fine per sempre a quel falso respiro trattenuto, facendo cadere i veli di un rituale di cortesia.

Ma più cercava una risposta profonda, più i suoi occhi si infossavano e la sua fronte si riempiva di rughe. Notte dopo notte sedeva in una veglia senza fine, giorno dopo giorno lottava per la risposta giusta. In poche settimane da ragazzo quale era sembrava diventato un vecchio. In fine piombò in una profonda malinconia.

Il giorno stabilito fece chiamare il reggente, che rimase stupito dall’aspetto decrepito del giovane. Il Dalai lama aveva l’aspetto di un guscio secco e rugoso.

“Non ci saranno più domande rituali”, disse con voce rauca il Dalai Lama. “Voglio che mi venga posta una domanda fresca, capace non di sbalordirmi ma di farci più consapevoli delle cose che esistono veramente su questa terra. E faccio divieto a chiunque di restare a bocca aperta per la mia risposta”.

Quando il ragazzino Dalai Lama apparve di fronte ai monaci riuniti, tutti rimasero silenziosamente senza fiato davanti a quanto vedevano, ma mantennero un aspetto composto. Nessun monaco riusciva però a pensare ad una nuova domanda. Nessuno trovava una domanda adatta. Sedettero silenziosi per tutta la giornata e nella notte nera e cristallina. Finalmente uno dei monaci più giovani chiese timidamente:” non avete freddo, vostra grande santità?” “Si” fu la risposta. “Non abbiamo forse tutti freddo?” “Si, vostra santità, abbiamo freddo” risposero i monaci.” Allora”, disse il Dalai Lama, “Rientriamo”. Quando i monaci si ritrovarono nella sala delle riunioni, con le lampade a burro che bruciavano spandendo calore, il Dalai Lama salì sul trono ed il suo aspetto era tornato giovane e sano come prima. E mentre diceva: “Questo è proprio il tipo di domanda e di risposte adatte” era di nuovo il ragazzo che tutti conoscevano ed il suo sorriso dei più larghi.

In qualche punto tra i due poli di comportamento-vivere una vita di bugie vitali e dire sempre la pura verità- c’è il sentiero giusto che conduce al benessere ed assicura la sopravvivenza.

da Menzogna Autoinganno Illusione, Daniel Goleman

… che quel punto si possa definire “autenticità”?

IL RACCONTO DEL MESE

IL MITO DEL MINOTAURO

Il Minotauro era un mostro che si nutriva di carne umana e al quale gli abitanti di Creta erano obbligati a sacrificare i loro figli. Il Minotauro riflette l’energia distruttiva dentro di noi che divora i nostri talenti e le nostre possibilità creative. La nascita del Minotauro ebbe origine dal desiderio di un re di trattenere qualcosa che non era suo. Il re Minosse di Creta era stato fatto monarca di quella regione di Poseidone; in cambio, il re avrebbe dovuto offrire in sacrificio al Dio il suo bellissimo toro bianco. Nel mondo antico, il principio del sacrificio era basato sul riconoscimento dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi, un importante legge di base dell’economia, nell’anti-cariera la ricchezza nasce dalla condivisione e dalla prosperità di ciascuno serve la prosperità altrui.

Il re Minosse invece aveva delle idee differenti. Nascose il toro nella sua mandria ed offrì al suo posto un animale meno importante. In cambio, Poseidone spinse Afrodite ad affliggere la moglie di Minosse, Pasifea, con un ardente desiderio di passione per il toro bianco.

La regina convinse Dedalo, il principale artigiano del regno, a costruirle una mucca di legno, nella quale si introdusse, allora il toro entrò in lei soddisfacendo il suo desiderio. Dalla loro unione nacque il Minotauro, una bestia con il corpo umano e la testa di toro. Il Minotauro si nutriva di carne umana ed era insaziabile. Per vergogna e paura il re nascose la creatura nelle profondità di un grande labirinto di pietra. Ogni anno, per placare il mostro, due dei giovani più belli di Creta gli venivano sacrificati: venivano costretti ad entrare nel labirinto dal quale nessuno mai tornava.

La figlia di Minosse, Arianna, aiuta l’eroe Teseo, figlio di Poseidone, donandogli un filo magico che gli permetterà di ritrovare la strada per uscire dal labirinto dopo aver ucciso il Minotauro.

Arianna ci mostra con la sua azione che la soluzione stà nella famiglia stessa del problema, non siamo dunque obbligati ad uscire da noi stessi per trovare la “vocazione”, al contrario il nostro lavoro autentico crescerà da quegli stessi sintomi che attualmente ci bloccano la strada, le risorse di cui abbiamo bisogno sono presenti se siamo disposti a “stare a casa” e ad affrontare le nostre situazioni.             Da Rick Jarow, Crea il lavoro che ami, Fiori Gialli ed.

 cos’è il paradiso? e cos’è l’inferno?

In un’antica leggenda giapponese si narra di un samurai bellicoso che un giorno sfidò un Maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso ed inferno.

Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”

Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza!”

Ecco”, replicò con calma il monaco: “questo è -l’inferno-”.

Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, ringuainò la spada e si inchino, ringraziando il monaco per la lezione.

Ecco”, disse allora il Maestro Zen: “questo è il -paradiso-”.

L’improvviso risveglio del samurai ed il suo aprire gli occhi sul proprio stato di agitazione ci mostra quanto sia fondamentale la differenza fra l’essere schiavi di un emozione e il divenire consapevoli del fatto che essa ci stia travolgendo. Il consiglio di Socrate, “conosci te stesso”, fa proprio riferimento a questa chiave di volta dell’intelligenza emotiva: la consapevolezza dei propri sentimenti nel momento stesso in cui essi si presentano.

Da Daniel Goleman, “intelligenza emotiva” Bur

LA FAVOLA DEI CALDOMORBIDI

C’era una volta, lontano lontano, un meraviglioso e magico paese in cui ogni bambino, al momento della sua nascita riceveva in dono un sacchetto pieno di… caldomorbidi! Cosa fossero e che forma avessero esattamente questi caldomorbidi, non è dato a sapere.

LA

Ma è stato tramandato, ed è quello che conta, il possederli dà una splendida senzazione di calore e gioia, di pianezza e pace.

La cosa veramente magica, però, consisteva nel fatto che questi caldomorbidi erano inserauribili!

Così, in questo meraviglioso e magico paese, i bambini, fin da piccolissimi si abituavano a scambiarsi fra di loro e con gli adulti, i caldomorbidi. E questi ultimi continuavano a riprodursi dentro il sacchetto!

Era, evidentemente, un paese speciale, molto felice, in cui le persone si amavano tra loro e se lo dimostravano senza problemi, un paese in cui tutti si sentivano spontanei e, sopratutto liberi.

Ma, un brutto giorno, una strega, cattiva come sanno esserlo le strege, e…abbastanza intollerante (per non dire decisamente arrabbiata!) nel vedere tutta questa gente allegra, sorridente e libera di esprimersi, pensò bene di cominciare a spargere la voce (chiaramente falsa) che, se si continuava a scambiarsi caldomorbidi, questi prima o poi…si sarebbero esauriti, ed il sacchetto sarebbe rimasto inesorabilmente VUOTO!

Immaginate da che ansia furono presi gli abitanti del paese felice!

Rischiavano di perdere, di esaurire, la fonte della loro gioia, della loro pienezza… cominciarono allora a stringere forte i cordoni del sacchetto dei caldomorbidi, evitadando accuratamente di darli a chiunque e prestando anche molta attenzione a non usarli per se (già anche queto prima.. si poteva fare…), per paura di ritrovarsi un giorno, con un pugno di mosche in mano.

Ma, senza caldomorbidi, la gente cominciò a intristirci, ingrigirsi, a camminare curva, a non sorridere più…

sorsero come d’incanto (ma forse la strega aveva uno zampino in tutto questo…) ditte ad altissima tecnologia, produttrici di caldomorbidi di plastica, che somigliavano tanto ai caldomorbidi veri, ma non avevano comunque lo stesso successo, perchè davano calore e gioia solo per pochi attimi, e poi… puffff!!!

La gente, piuttosto che niente, cominciò a scambiarsi “freddoruvidi”, facevano male e davano una notevole senzazione di gelo, di disagio anteriore ma.. perlomeno, mantenevano il ricordo della ritualità dello scambio… insommma… la situazione era veramente DRAMMATICA.

Finchè un giorno, un bambino (già, alla fine sono sempre i bambini che salvano i grandi, nelle favole!) scoprì casualmente l’imbroglio della strega.. e corse in paese per comunicarlo a tutti…

rif. “non gioco più” di Maria Saccà